di Salvatore Lacagnina
La traduzione è stata a lungo un problema di semplice trasmissione da una lingua a un’altra. Una questione letteraria per esperti o scrittori. Eppure, già dai tempi della Controriforma, la messa e la Bibbia potevano circolare, in Europa, soltanto in latino e nei testi stabiliti dalla Conferenza episcopale. Nei dettagli della traduzione poteva nascondersi il diavolo?
In anni recenti, nella traduzione è stato individuato un elemento fondante dell’identità come sistema di «co-figurazione», ovvero di come l’identità si definisca in modo dialogico, non solo come rappresentazione di sé a se stessi ma in relazione alla rappresentazione che gli altri danno di noi. È un concetto sviluppato da Naoto Sakai, studioso giapponese che insegna alla Cornell University nel dipartimento di Asian Studies.
La seconda ambasceria giapponese in Europa fu ospitata da papa Paolo V a Roma con il sostegno del Cardinale Scipione Borghese. Nell’occasione, anche se l’attribuzione è incerta, Archita Ricci, pittore stipendiato dal Cardinale, realizza nel 1618 «Doi ritratti in piedi delli Imbasciaturi Giaponesi di palmi 11». Ricci è anche autore dell’affresco, Il Convito degli dèi, sul soffitto della Loggia dei Vini.
Si traduce la lingua con la lingua, la cultura con la cultura, ma si traducono anche le immagini in parole, e parole e immagini si possono tradurre in musica. La musica è una delle esperienze umane più enigmatiche anche se è fondata su regole matematiche. Jimmie Durham, con il suo humour inconfondibile, sosteneva di odiare la musica perché non gli era possibile controllarne gli effetti sul suo corpo, che iniziava a muoversi senza ragione al suono di una stupida canzonetta. Ironizzava anche sulle ricerche degli scienziati secondo cui gli alberi amano la musica di Mozart e chiedeva scusa agli alberi per le canzoni dei suoi antenati Cherokee.
Le arti visive e la musica sono ossessivamente tradotte in parole. È il lavoro dei primi storici e più tardi dei critici. La parola risponde a regole musicali, evoca immagini, sfiora ma non tocca. La parola è strumento sempre più presente nelle arti visive nel Novecento. Duchamp aveva preferito il silenzio e gli scacchi, a un certo punto (o così ha fatto credere). Da oltre vent’anni Saâdane Afif commissiona testi in forma di canzoni ad artiste, critici, curatori, amici e amiche, che parlino di un suo lavoro. I testi sono poi musicati da compositori diversi. Traduzioni di traduzioni. A volte sono cantati dal vivo, accanto alle opere. A volte sono suonate e cantate in spazi musicali, per un pubblico che spesso non conosce le opere.
Con la performance Live in LAVINIA, la Loggia si trasforma per due giorni alla settimana in una sala prove dove Federico Bisozzi e Simone Alessandrini comporranno le musiche per dieci testi scritti da altrettanti autori (Clara Meister, Deo Katunga, Dominique Gonzalez-Foerster, Giulia Pollicita, Ina Blom, Jeanna Criscitiello, Marc Knauer, Nicolas Bourriaud, Shatha Afify, Ugnė Uma) su Live, una presentazione in continuo aggiornamento che raccoglie manifesti di eventi culturali, che l’artista utilizza come ready-made e trasforma in un racconto della vita culturale di una città, presente all’Hamburger Banhof di Berlino per tutta la durata della performance a LAVINIA. In quei momenti la Loggia sarà percepibile attraverso il suono, la precarietà e la fragilità della creazione artistica (musicale), fatta di tentativi, di prove, di dubbi, di andirivieni. Lo spazio tradotto in musica che traduce parole che traducono un’opera d’arte visiva: non è soltanto decostruire e espandere la nozione di autorialità, ma vuol dire anche mettere in discussione quello che chiamiamo fruizione dell’arte, l’esperienza estetica, e la definizione stessa di che cos’è una mostra. Un gesto radicale che agisce sul potere evocativo della musica, che si inserisce in quello spazio che sta tra le cose, le identità, le aspettative, i protocolli, mostrandone la costruzione culturale e destabilizzando le abitudini più radicate che spesso consideriamo verità.
Saâdane Afif (Vendôme, 1970) vive e lavora a Berlino. Le installazioni, gli oggetti, i concerti, le performance di Saâdane Afif dialogano con opere ed eventi tratti dalla storia dell’arte, della musica e della poesia. Il suo lavoro è caratterizzato da una radicale variabilità – anzi, da un passaggio fluido – tra media, discipline, ispirazioni e metodi. Afif attinge a una ricca rete di collaboratori provenienti da diversi ambiti, le cui competenze e lo stile vengono assorbiti, riformulati e messi in risonanza con la sua opera, mettendo in discussione il concetto stesso di opera d’arte unica o di creatore individuale.
È stato direttore artistico della quarta edizione della triennale Bergen Assembly: Yasmine and the Seven Faces of the Heptahedron (2022). Insieme a Yasmine d’O., è il fondatore di Side Magazine. Sue opere sono state incluse in importanti festival, biennali e mostre internazionali, tra cui: la 15ª Biennale di Gwangju, Gwangju (2024); la 10ª Biennale di Taipei, Taipei (2016); la 56ª Biennale di Venezia, Venezia (2015); la 5ª Biennale di Marrakech, Marrakech (2014); La Triennale de Vendôme, Vendôme (2015); l’8ª Biennale di Berlino, Berlino (2014); l’11ª Biennale di Sharjah, Sharjah (2013); la 9ª Biennale di Lione, Lione (2007) e la 1ª Biennale di Mosca, Mosca (2005).
Performance
Federico Bisozzi è un compositore e polistrumentista per il cinema con base a Roma. La sua attività attraversa lungometraggi, documentari internazionali e produzioni indipendenti, lavorando tra composizione musicale, sound design e arrangiamento.
Simone Alessandrini è uno dei musicisti più rilevanti della nuova generazione del jazz italiano. Sassofonista e polistrumentista, la sua pratica musicale attraversa jazz contemporaneo, musica per il cinema e produzioni pop.
Rosaria Angotti, soprano e musicista eclettica, è affascinata dalle contaminazioni con la contemporaneità e la tradizione popolare.